alleportedellanotte alle ore 17:44
sabato, 27 marzo 2004

I

 

Mimosa era una ragazza come tante.

A dire il vero non sono molte quelle come lei, ma almeno all’apparenza non sembrava avere niente di strano.

 

Il suo posto era davanti ad un monitor dell’agenzia di viaggi che c’è in centro, quella di fronte al Municipio, con le vetrine semitrasparenti.

Nessuno sapeva dire con esattezza (e nemmeno con approssimazione) da quanto fosse lì. Nella mente di tutti lei c’era sempre stata, e non c’era ragione perché qualcosa cambiasse.

 

Allo stesso modo era impossibile definire la sua attività.

Cosa facesse davvero è mistero, dal momento che i colleghi le lasciavano raramente qualche cliente, e comunque straordinariamente in casi di sovraccarico di lavoro.

 

Il fatto è che i clienti non sono mai soddisfatti.

 

E non certo perché lei non sa svolgere il suo mestiere.

 

Accade a volte che ci siano due o tre clienti in fila ad ogni scrivania e, lanciando un sospiro di sollievo e guardando con rassegnazione il vicino, un collega dica alla giovane coppia in cerca di una meta speciale per la luna di miele le sofferte parole prego, accomodatevi, la ragazza in fondo è libera, la vedete? Potete andare da lei se volete...

e allora i due, sorpresi per sbrigarsi così in fretta ribattono

 

grazie, grazie davvero,

e sorridono l’uno all’altro,

 

perché,

si sa,

la luce dell’amore oscura la malignità degli altri.

 

Dopo aver superato i computer stracolmi di persone (tutti vanno in vacanza nel momento meno opportuno...), arrivano finalmente da lei, che è già diventato il loro mito.

Niente saluti, siamo di fretta tutt’è due, io devo scappare, arriva l’elettricista nella casa nuova, lui deve tornare in ufficio, sa, non gli permettono un minuto di più.

 

Mimosa li guarda compiaciuta.

È così bello osservare l’amorevole frenesia da fuori.

 

«Ditemi, cosa cercate?» domanda dopo averli osservati a lungo in silenzio, notando con dispiacere un certo disagio da parte dei due.

«Un viaggio nel nulla, un viaggio nella magia, un viaggio nella meraviglia?»

«Ma noi... ».

 

«Ho capito, cercate un viaggio dentro voi stessi. È tipico dei giovani.».

«Ma no... noi stiamo per...»

«È ovvio che sarà lungo e difficile, non dovete sorprendervi, ma dà soddisfazioni, credetemi.»

 

Occhiata perplessa.

 

«Insomma, voi credete che un alpinista abbia tutta quella gioia nell’arrivare in cima se il percorso fosse una passeggiata?»

 

Altra occhiata.

 

«Siete pronti o no?»

 

Lei si alza, spazientita. Con una nota di panico esorta il compagno ad uscire.

«La ringrazio, non fa niente. Ci penseremo ancora un po’. Arrivederci.».

 

 

Era così Mimosa. Non è che non sapesse fare il suo mestiere.

Semplicemente, lo faceva in un modo tutto suo.

 

 

II

 

«Mimosa, il direttore vuole vederti nel suo ufficio. Mimosa? Mimosa...»

«Guarda Giulia, non ti sembra più verde questa pianta? Sinceramente...»

«Sì, Mimosa, perché?»

«Davvero? Davvero?». La felicità le straborda dagli occhi.

«Sì, santa pazienza, davvero... MIMOSA! IL DIRETTORE VUOLE VEDERTI! SUBITO!»

«Va bene, va bene, adesso vado...»

 

«Buongiorno, signorina Gigli. La prego, si sieda».

«Grazie. Intendo per avermi chiamato Gigli».

 

Perplessità.

«Non è il suo cognome questo?»

 

«Sì, certo. Ma la ringrazio perché sono pochi quelli che mi chiamano per cognome. Eppure non è fantastico? Voglio dire... Mimosa Gigli... ci pensi... nome di un fiore, cognome di un fiore... due fiori che vivono in me dal momento della mia nascita. Non è comune, non crede? Era destino. Non ci sono molte persone che hanno questo privilegio. Lei come si chiama?»

 

«Giorgio...»

 

«Lo vede? Un nome qualunque... Giorgio Nava...»

 

«Il mio nome non ha nulla a che vedere con quello che sto per dirle!».

«Ha proprio ragione. E lo sa perché? Perché il suo nome non avrà mai legami... mi dispiace signor Nava, ci sono persone fortunate e altre un po’ meno, ma non per questo dobbiamo...»

 

«SIGNORINA! È mai possibile che non si possa fare una conversazione seria con lei? Adesso mi lasci parlare... COSA C’È ANCORA?»

 

«Solo un messaggio da riferire a sua moglie... se ha qualche pianta che non è più verde... voglio dire, ha perso lo smalto o cosa c’è dentro alle foglie, le suggerisca di leggerle una storia... vede, deve curarle con amore, le piante sono come umani, un uomo se non ha comunicazione muore dentro... capisce?»

 

«...»

 

«Ma è sposato lei??»

 

 

«...No.».

 

 

 

Quando Mimosa esce dall’ufficio del signor Nava (e accade piuttosto di frequente), ritorna docilmente al suo posto, per reimmergersi nel suo personale mondo, se mai se ne è allontanata.

Lui osserva soddisfatto i suoi movimenti lenti dalla scrivania.

La porta dell’ufficio è aperta.

 

Dopo il consueto rimprovero la domanda era stata: tutto chiaro?

Sì, aveva risposto lei. Tutto bianco.

 

Mentre lui ancora sorride di questa strana ragazza che racconta favole alle piante, che invece di cercarsi un fidanzato (ne avrebbe anche l’età) parla con uno gnomo, che non dice tutto chiaro ma tutto bianco, Giulia le si avvicina.

 

Tutto a posto? le chiede.

Tutto bianco, risponde Mimosa.

Eh già, tutto bianco, ribatte Giulia, prendendola con ironia.

 

Il problema sta proprio nella sfumatura.

Bianco non significa chiaro.

 

Ogni cosa, anche il più piccolo dettaglio, ha un nome.

 

Per Mimosa bianco significa semplicemente bianco.

Bianco assoluto.

 

Significa che di quello che le ha detto il signor Nava non ha ascoltato una parola.

 

 

III

 

Un giorno lo vide anche lei. Lui stava lì, impacciato e assorto dietro la vetrina semitrasparente.

Sorrideva.

A lei.

 

Deve avere un messaggio speciale per me, fu la prima cosa che Mimosa pensò.

Dopo secoli, l’uomo varcò la porta e, ignorando le richieste delle colleghe di Mimosa, si diresse sicuro verso di lei.

 

Che fosse diverso, lei l’aveva capito subito.

 

Per un po’ non disse nulla.

 

 

Poi

 

«vorrei visitare le regioni del cuore».

 

 

Così.

 

Semplicemente.

 

 

Innocentemente.

 

 

IV

 

In un modo che nemmeno Mimosa poteva spiegarsi, si ritrovarono spesso.

I metodi che usavano per comunicare erano ogni volta più imprevedibili e per questo meravigliosi.

 

Quello che facevano quando erano insieme era assolutamente fuori dal comune.

Andavano al porto, guardavano il mare, pensavano, facevano rimbalzare i sassi. Niente di strano, sembra.

E invece no.

La differenza stava nel come lo facevano.

 

Ogni piccolo gesto aveva il suo alone di meraviglia che li accompagnava per tutta la giornata.

Una piccola scintilla che li scuoteva nel profondo.

 

Un giorno, mentre pioveva, lei si mise a piangere. Senza ragioni.

Forse piangeva per la felicità. Forse per la grandezza dell’universo.

Fatto sta che lui la fraintese (cosa assolutamente rara) e pensò che fosse l’esternazione di quello che provava.

 

Perciò si fece avanti.

 

 

Le prese la mano.

 

Le regalò una stella.

 

Le dedicò la poesia del mare.

 

La fece scintillare nello scintillare delle onde.

 

Immerse le loro anime nel brillare della Luna.

 

 

E poi. Un sussurro.

Ti amo, disse lui.

 

 

Un sussurro.

Non ho mai detto ti amo, disse lei.

 

 

 

V

 

Ormai il lavoro che le lasciavano era diventato realmente poco. È già distratta in condizioni normali, dicevano, figuriamoci quando è innamorata.

 

Di questa evoluzione lei non si preoccupava.

Aveva tante cose da fare nel suo piccolo mondo.

 

Non sembra, ma di solito i dettagli occupano più spazio delle cose evidenti.

 

 

 

Il 24 di marzo era l’anniversario del loro incontro. Niccolò portò Mimosa in un posto speciale.

Per le coppie normali un posto speciale è un ristorante di lusso, o una nave affittata per l’occasione, o qualsiasi cosa rappresenti un diversivo.

 

Il problema era che, per loro, ogni giorno era un diversivo.

 

La meraviglia che avvolgeva i loro gesti non lasciava spazio all’abitudine.

 

 

 

Era realmente difficile trovare un luogo speciale.

 

Eppure per loro niente era difficile, se accompagnato dall’entusiasmo.

 

 

Il mattino di quel 24 marzo Niccolò lasciò un biglietto sotto la porta dell’appartamento di Mimosa.

 

Due parole.

 

 

Ti amo.

 

 

 

Se è vero che non c’è luogo più speciale di quello che si ama, la serata fu un successo. Mimosa preparò la cena a casa sua e un minuto prima di scolare la pasta lo chiamò.

«Niccolò, ti dispiace passare un momento da me?

 

Ho bisogno di una stella.

 

Una stella mia, capisci?».

 

Inutile dire che capiva.

Perché stava aspettando dietro alla porta da mezz’ora, ormai.

 

 

Quello che si dissero durante la cena non fu diverso da quello che si erano detti in un anno. Anzi, fu diverso, ma questo per loro era più che normale.

 

 

Per il dopocena si trovarono d’accordo nel scegliere la passeggiata al porto. Ormai era qualcosa di cui sentivano necessità, come respirare, leggere, osservare.

 

Come amare.

 

Le stelle non c’erano quella notte. Lo vedi, disse lui.

Per questa volta non vogliono competere con il brillare del nostro amore.

 

Le onde non scintillavano quella notte. Lo vedi, disse lui.

Per questa volta non vogliono accecare la tenerezza del nostro amore.

 

La Luna non brillava quella notte. Lo vedi, disse lui.

Per questa volta non vuole disturbare l’intimità del nostro amore.

 

Lei non disse niente.

 

Una lacrima le bagnò il volto.

 

«Ti prego, andiamo via dal mondo» disse Niccolò.

 

Un’altra lacrima.

 

Lui l’abbracciò.

«Ti amo».

 

Proprio come la prima volta.

 

 

Due lacrime scesero dai suoi occhi che erano come uno specchio.

 

«Io non ho mai detto ti amo» disse finalmente.

 

 

 

E si voltò, abbandonando alle spalle il mare.

Permalink - commenti (12) - commenti (12) (popup)



alleportedellanotte alle ore 15:48
lunedì, 22 marzo 2004

L’odio cancella i brividi,

se vogliamo che succeda qualcosa.

Cancella la libertà,

la riduce in briciole.

Ci fa soffocare mentre siamo alla ricerca

di una pagina nuova.

Uccide i sogni che sono ancora nuvole.

Ci percuote

e ci impone di allontanarci da noi stessi,

e ce ne andiamo

illudendoci di penetrare nell’essenza.

 

 

Quando però ci vediamo riflessi

nel dolore di un altro

è difficile chiedere scusa.

E soprattutto comprendere

quanto ci si sia spinti al di là del limite.

 

 

Ci sono consapevolezze

che le lacrime non riescono a cancellare.

 

Ne vale la pena?

 

 

 

Permalink - commenti (19) - commenti (19) (popup)



alleportedellanotte alle ore 09:16
lunedì, 15 marzo 2004

“I’m horribly confused.

My happiness has suddenly been blown away since the last criminal killings carried out by a group of terrorists, who knows, whether ETA or Al-qaeda…

Seeing the victims and hearing their shouts hit me so violently that I still can’t find myself, today.

I had passed there just ten minutes before, and when I heard the news I obviously thought that I could have been killed.

Since then I have a question running through my head: why them? Why innocent people should pay for something they have no responsibility?

I’m in a shock, pain and confusion have invaded my soul and I don’t feel like doing anything.

They said the only thing left is crying, but I can’t.

It’s all been a disaster and the sorrow will never wear off…

 

 

No me explico cómo esa gente puede respirar el mismo aire que yo.”

 

Permalink - commenti (27) - commenti (27) (popup)



alleportedellanotte alle ore 10:38
martedì, 09 marzo 2004

Speriamo passi in fretta…

 

Permalink - commenti (7) - commenti (7) (popup)



alleportedellanotte alle ore 14:08
giovedì, 04 marzo 2004

Pensavo a quanto sia tutto precario, qui.

Un soffio...

 

Abbiamo poco tempo:

perché cerchiamo la semplicità?

Solo sperimentando riusciremo a capire

quello che siamo

[ammesso che siamo e non sembriamo].

 

Ma noi, testardi,

ci rifiutiamo di accettare la diversità,

e sigilliamo i nostri occhi con il buio

dell’ignoranza.

Permalink - commenti (20) - commenti (20) (popup)